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E Kant and? a Hollywood

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Leggo molte cose, in questi giorni, sul Ses­santotto. Ed è giusto: sono passati quarant'anni, e vale proprio la pena di ricordarlo. Se non altro, per riflettere su certe sue eredità. Due, in particolare, ci riguardano da vicino. Ci sono contemporanee, infatti: una è il rigetto dell'Illuminismo; l'altra è la rivolta contro la scienza.

Già nel 1969 si era levata la voce di Paolo Ros­si, contro «quei letterati e giornalisti, filosofi im­provvisati, epistemologi della domenica, scienziati in disarmo che erano tutti principalmente interes­sati a presentare a un largo pubblico un'immagi­ne del tutto negativa della scienza e della società industriale». Ma in quei mesi era di moda ascolta-re altre voci.

Nel marzo del 1968 era già in quinta edizione italiana L'uomo a una dimensione di Herbert Mar­cuse, e folle di intellettuali si eccitavano leggendo che «i principii della scienza moderna furono strut­turati a priori in modo tale da poter servire come strumenti concettuali per un universo di controllo produttivo», o che «il logos della tecnica è stato riformulato nel logos della servitù senza fine». Ne seguiva la necessità di abbattere la scienza, demolire «l'universo totalitario della razionalità tecno­logica» e battersi «a favore dei disperati». Salvare l'umanità, insomma. I ragazzi scrivevano sui muri «Viva l'elettrone proletario», e non pochi docenti universitari insegnavano che l'università stessa era il luogo di riproduzione dell'ideologia borghese e che la scienza era la serva del capitale.

E l'Illuminismo? Ci pensava Max Horkheimer con Eclisse della ragione, nelle cui pagine si soste­neva che «la ragione è diventata irrazionale e stupida» in quanto è «essenziale all'espansione dell'in­dustria», e che l'Illuminismo è alla radice del male odierno dell'uomo. E lo ribadiva, insieme a TheodorAdorno, nei capitoli di Dialettica dell'Illuminismo. Dove si imparava che l'Illuminismo «si rapporta al-le cose com il dittatore agli uomini: che conosce in quanto è in grado di manipolarli». Kant avreb- be «anticipato intuitivamente ciò che è stato realizzato consapevol­mente da Hollywood», poiché non aveva capito che, in realtà, la ma­tematizzazione della natura sfocia nella «reificazione dello spirito» e porta nelle aule universitarie «la reificazione dell'uomo nella fab­brica e nell'ufficio».

Ancora più severa era la tesi di Júrgen Habermas. Il suo testo - Teoria e prassi nella società tec­nologica - era in edizione italiana nel 1967. Vi si leggeva che Galilei ha scomposto la natura «nel qua­dro delle nuove manifatture», innescando «un processo di reificazione» lesivo dell'umanità in quanto «le relazioni concrete degli uomini con le cose e degli uo­mini tra loro vengono dilacerate». È ancora oggi sconcertante che quegli intellettuali rivoluzionari non si rendessero conto che la loro tesi centrale era già stata enunciata, nel 1934, da Julius Evola. Egli, come teorico del fascismo, aveva infatti descritto la scienza come una «morta cognizione di cose morte» che, facendo trionfare il razionalismo, aveva danneggiato l'intera umanità.

Ebbene, è preoccupante che sia così massiccio l'odierno attacco frontale contro la scienza e con­tro l'Illuminismo. Il Sessantotto ha certamente innescato linee innovative su molti fronti, ma ci ha lasciato in eredità un'immagine devastante e con­servatrice della ragione. Il che spiega lo stato deso­lante delle nostre scuole, la diffusione di nuove forme di analfabetismo e, di conseguenza, gli ostacoli sul cammino della modernizzazione del paese.

Enrico Bellone

Fonte: Le Scienze
Marzo 2008

 

 

 
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