Usa, il Culto del Presidente |
|
|
|
Meglio musulmano che ateo. Il candidato alla presidenza degli Stati Uniti non può permettersi il lusso di essere un libero pensatore, gli americani non lo voterebbero. Certo, meglio un crocifisso di un Corano, ma uno dei requisiti fondamentali del leader “supremo” è la sua fede nella trascendenza. Secondo i più recenti sondaggi, il 41 per cento dell’elettorato statunitense esprime “riluttanza” a sostenere la corsa alla Casa Bianca di un politico di fede islamica, mentre la percentuale sale al 61 se si tratta di un non credente. Un dato collaterale a quello emerso sulla disponibilità a votare un mormone, ritenuto significativo dai sondaggisti del Pew research center per la presenza, tra le fila repubblicane, di un candidato affiliato alla Chiesa di Gesù Cristo e dei santi degli ultimi giorni, Mitt Romney. I risultati dicono che il 75 per cento degli americani non avrebbe problemi ad averlo come presidente, anche se quasi la metà degli intervistati non ha le idee molto chiare sui mormoni, visto che non sa neanche che sono cristiani. Ma Romney vive con convinzione la sua religione e nelle elezioni americane religion matters. Nella galassia delle mille Chiese che tappezzano gli Stati Uniti, le affinità tra i vari credenti sono molte, poche le spaccature insormontabili. La spiritualità del leader è un punto fermo, non solo per quella (consistente) parte di cristiani che si definisce “evangelica” - l’anima conservatrice dei protestanti americani - ma anche per i cittadini più laici. Sulle altre caratteristiche dell’aspirante presidente, invece, le aspettative si diversificano, anche se è quasi impossibile confrontare l’appartenenza a uno specifico credo religioso con le relative (o no?) scelte politiche. A influenzare il voto non è l’affiliazione a una Chiesa, ma il grado di coinvolgimento del fedele. Il 52 per cento degli americani è protestante (contro il 25 dei cattolici e il 15 dei “non affiliati”), ma all’interno di questa famiglia convivono decine di culti, il più consistente dei quali è quello dei superconservatori “battisti del sud”, seguono metodisti, luterani evangelici, presbiteriani, fedeli delle assemblee di Dio, luterani del Missouri, episcopaliani, battisti delle Chiese americane. La lista delle denominazioni minori è infinita, ma già tra queste prime otto non è possibile individuare Chiese che simpatizzano per i repubblicani o per i democratici. La ricerca di divino non è un fenomeno marginale: si stima che in America gli evangelici siano più di metà dei protestanti, circa il 28 per cento dell’elettorato americano, una fetta di torta importantissima. Sebbene la maggioranza preferisca a priori i repubblicani, almeno un quinto rimane a disposizione dei candidati democratici, che non esitano a fargli la corte. Non tutti gli evanglici sono contrari alla ricerca sulle staminali (“solo” il 52 per cento), al matrimonio tra gay (69 per cento), all’aborto (65 per cento). Chi ha posizioni più progressiste, ma non solo, può trovare risposte nel programma elettorale di Hillary Clinton e Barack Obama, che, sebbene non mettano in discussione il diritto a interrompere la gravidanza, si mostrano più scettici nei confronti delle coppie omosessuali (unioni civili sì, matrimoni no) e non esitano a rivendicare la loro forte fede religiosa, metodista quella dell’ex first lady, verso la United church of Christ quella del senatore dell’Illinois. La prima è una Chiesa protestante “di successo”, non evangelica, ma che gode di buona fama tra vari gruppi di credenti. La seconda, invece, fa parte dei culti protestanti afroamericani che, come tutti i neri d’America, guarda più a sinistra delle altre. Ma la Chiesa di Obama ha tendenze separatiste che contrasterebbero con gli appelli alla concordia e all’unione del giovane candidato. Fanno eccezione, forse, per i battisti del sud, 20 milioni di persone che non rinunciano all’intransigenza più moralistica, fino a disertare la convention nazionale dei battisti che si terrà tra qualche mese e alla quale parteciperanno, in veste di fedeli, anche Bill Clinton e Al Gore. Ma l’elettorato da conquistare non è questo, è quello “d’opinione”, quello che non ha un’appartenenza monolitica, quello dei cattolici e dei protestanti non evangelici, tra i quali sono in molti a dichiararsi ancora incerti. Dopo l’Iowa e il New Hampshire, che ha visto la rimonta di Hillary, stanno per arrivare il Michigan, la South Carolina e la Florida, Stati meno bianchi dei primi due e con un minor numero di evangelici. Primarie che potrebbero indicarci, ancora prima del super tuesday (il 5 febbraio, quando a votare saranno 22 Stati), se premia più la vocazione “transreligiosa” della senatrice o il successo tra i neri protestanti di Obama. I due candidati devono far tesoro di quanto rilevato dagli istituti di statistica alla fine del 2007: gli americani hanno perso gran parte della loro fiducia nelle istituzioni, sono preoccupati per le diseguaglianze di reddito e per l’andamento economico del Paese. Ma le nuove generazioni sono più ottimiste dei genitori. E non andrebbero deluse. Cecilia Tosi
Fonte: Avvenimenti
|
| < Prec. | Pros. > |
|---|


